Interviste alle giovani leve di Assointerpreti: Alice Bertinotti



  • Alice Bertinotti è stagiaire nel gruppo Piemonte, Valle d'Aosta e Liguria con le seguenti combinazioni linguistiche:
    ING <> ITA
    FRA > ITA
    SPA > ITA
    1. La professione reale che svolgi quanto corrisponde o si allontana dalla professione ideale che ti aveva portato alla scelta universitaria?
      La professione dell’interprete freelance è ancora più stimolante di quanto avessi sperato: ogni incarico offre l’opportunità di informarsi, conoscere e scoprire qualcosa di nuovo sui temi più diversi. Il lavoro però non inizia e finisce in cabina, come immaginavo da studentessa. La ricerca di clienti, la presenza online, la specializzazione sono aspetti fondamentali dell’attività che richiedono costanza, determinazione e tanta formazione professionale.
    2. Secondo te la differenza generazionale conta nella professione? Cioè, come “giovane”, pensi di avere problemi peculiari legati all’età professionale e se sì, quali?
      Nella mia esperienza, l’etica e la passione per la professione di interprete sono punti comuni tra le generazioni, le differenze sono la maggiore o minore esperienza professionale e le competenze diverse. I colleghi più esperti hanno costruito basi solide e affinato le specializzazioni; i giovani professionisti sfruttano meglio le nuove tecnologie e acquisiscono più rapidamente nuove tecniche (interpretariato remoto, interpretazione consecutiva con il tablet…). Entrambe le generazioni si trovano oggi ad affrontare lo stesso scoglio: un mercato sempre più competitivo e in continua evoluzione.
    3. Quale è la tua idea di deontologia ed etica professionale? In quale valore ti riconosci di più?
      La professionalità nei confronti del cliente, perché desidero offrire un servizio di qualità, che risponde alle esigenze di chi si affida a me per dare voce al proprio messaggio. Nei rapporti tra colleghi, i principi che mi guidano sono il rispetto e la condivisione, perché l’interpretariato è, soprattutto, un lavoro di squadra.
    4. Pensi che gli interpreti italiani non siano abbastanza considerati dall’opinione pubblica? Se sì, a cosa lo attribuiresti?
      La nostra è una professione delicata e complessa, che spesso non viene compresa: l’interprete non si limita alla traduzione pedestre di un messaggio ma è un comunicatore a tutto tondo. Per questo motivo nessuna rivoluzionaria invenzione tecnologica basata sulla traduzione automatica (tra le tante acclamate dalla stampa in tempi recenti) è riuscita a sostituire la figura dell’interprete. Credo che l’unico modo per ottenere maggiore considerazione sia uscire da dietro le quinte e dare voce e visibilità alla nostra categoria, tramite i canali delle associazioni professionali e anche dei social media, usati oculatamente, per spiegare quanto il nostro lavoro di comunicazione sia utile e importante in un mondo sempre più interconnesso.
    5. Credi che l’associazionismo, la colleganza professionale, sia un valore aggiunto per la coesione e la forza della nostra categoria?
      Penso che la forza principale di un’associazione sia l’opportunità di fare rete, operando su più fronti: all’esterno, per comunicare e difendere meglio i valori della categoria, e, all’interno, creando un circolo virtuoso di scambio di esperienze e buone pratiche. Questa è la mia esperienza in Assointerpreti, dove ho trovato colleghi che mi hanno incoraggiata e sostenuta, dedicandomi tempo e attenzione, nel mio periodo di formazione come stagiaire.
    6. Cosa rimprovereresti alla “vecchia generazione” di colleghi? E cosa ai colleghi della tua generazione?
      Non userei il termine rimprovero, piuttosto vorrei sottolineare l’opportunità, talvolta sottovalutata, di scambio e di collaborazione tra colleghi di diverse generazioni. Credo che, per assicurare un futuro brillante alla nostra professione, sia importante guardare al futuro con un occhio rivolto al passato: i giovani non dovrebbero avere timore di rivolgersi ai colleghi con più esperienza chiedendo chiarimenti su aspetti legati all’etica e alla pratica della professione; viceversa i professionisti più esperti, grazie ai giovani, potrebbero avvicinarsi al mondo degli strumenti digitali che stanno trasformando il settore dell’interpretariato.
    7. Quanto conta per te l’aggiornamento e in quali discipline ti senti più bisognosa di formazione?
      L’aggiornamento è un aspetto fondamentale della mia crescita professionale: negli ultimi mesi ho seguito un seminario pratico sull’uso della voce, un corso online sugli strumenti digitali per la preparazione pre-incarico dell’interprete di conferenza e ho preso parte alla giornata di formazione Assointerpreti dedicata al più grande servizio di interpretazione al mondo, lo SCIC. Partecipo anche a vari convegni di medicina e nuove tecnologie, i miei principali settori di specializzazione. Non si finisce mai di imparare!
    8. Un eccellente interprete deve anche essere un buon imprenditore di se stesso. Sei d’accordo?
      Un interprete che opera sul mercato privato è a tutti gli effetti un imprenditore, con tutti i pro e contro che implica questa definizione. Sviluppare capacità imprenditoriali per essere competitivi – in termini di qualità del servizio offerto – esige uno sforzo ulteriore ma è necessario per affermarsi sul mercato. Personalmente, continuo ad affinare le mie competenze sia a livello di interpretariato e comunicazione sia a livello imprenditoriale, per migliorarmi come professionista.
    9. Se tornassi indietro sceglieresti lo stesso percorso di studi? Lo consiglieresti considerando l’attuale realtà del mondo dell’interpretazione?
      Sì, sceglierei lo stesso percorso universitario perché questo lavoro stimola costantemente la mia curiosità e voglia di conoscere, regalandomi grandi soddisfazioni. Consiglierei la professione dell’interprete a chi, oltre a spiccate doti linguistiche, è pronto a sormontare le difficoltà iniziali dello stabilirsi in un mercato più che mai competitivo, investendo impegno e risorse nella propria attività, per raccogliere frutti sul lungo termine.