Intervista alla nostra socia Ilaria Iannazzo, interprete di LIS

Ilaria Iannazzo è socia Assointerpreti e oltre a lavorare con l’inglese, lavora anche in LIS – Lingua dei Segni. Le abbiamo chiesto di raccontarci di più.

Ilaria, tu sei anche un’interprete di lingua dei segni. Ci racconti quando e come mai hai deciso che volevi diventare un’interprete di LIS?

La passione e l’interesse per la lingua dei segni sono nati quando da bambina ho visto “Figli di un dio minore”, un film piuttosto conosciuto e all’epoca probabilmente il primo con protagonisti sordi*. Mi ricordo che guardavo e riguardavo il film e poi spegnevo la tv e giocavo a comunicare muovendo le mani. Mi affascinava la possibilità di esprimermi pur restando in silenzio, e la bellezza dei movimenti delle mani degli attori sordi.

Un desiderio che mi ha accompagnato, sopito, quando dopo essere stata negli Stati Uniti ho deciso di diventare un’interprete di conferenza e mi sono iscritta al test di ingresso della SSLMIT a Trieste, dove tra i corsi opzionali c’era proprio la Lingua dei Segni italiana (LIS). Non avevo più dubbi: quella era la scuola che faceva per me.

Così ho iniziato a studiare LIS all’università e ho ritrovato tutto il fascino che sentivo da bambina, sempre più amplificato man mano che approfondivo i vari aspetti linguistici. Come per tutte le lingue, ci vuole tempo, pazienza e molto esercizio per imparare. Bisogna anche sviluppare la memoria, in particolare quella visiva e motoria, perché “scrivere” i segni è complesso e poco pratico, è molto difficile prendere appunti: quando si impara un termine o un’espressione nuova, bisogna guardarla e cercare di memorizzarla ripetendola. È anche un ottimo allenamento per l’attenzione visiva e spaziale, che infatti le persone sorde sviluppano moltissimo e invece noi udenti normalmente non tanto.

Una volta laureata e tornata a Torino, ho continuato a studiare LIS. L’idea di fare l’interprete per persone sorde inizialmente non c’era, ma è venuta naturalmente man mano che cominciavo a lavorare con le mie lingue vocali (inglese e italiano) e continuavo in parallelo a studiare LIS. Ormai lavoro attivamente con la combinazione LIS-italiano dal 2010. Ho anche seguito un corso di approfondimento e specializzazione dell’Ente nazionale sordi (ENS) di Torino.

Cosa consiglieresti a chi desidera diventare interprete di LIS?

Innanzitutto bisogna sapere che si tratta di un percorso lungo. Naturalmente si parte con i corsi di lingua, che adesso sono numerosi in tutta Italia, generalmente organizzati da o tramite le varie sedi dell’ENS, con docenti sordi madrelingua ed esami di profitto alla fine di ciascun livello di lingua. A livello universitario si può studiare LIS a Milano Bicocca e a Venezia a Ca’ Foscari.

Poi ci sono corsi di formazione per assistenti alla comunicazione (figure di supporto in ambito comunicativo che lavorano soprattutto nelle scuole) e corsi per interpreti. La grossa difficoltà, però, è che la LIS in realtà non è riconosciuta come lingua a tutti gli effetti dallo stato italiano (da parecchie regioni sì, ma dallo stato non ancora) e questo in parte limita la possibilità di organizzare formazione professionale certificata e “ufficiale”, paragonabile a quella per le lingue vocali.

Bisogna poi sapere che l’interpretariato LIS è ancora considerato per molti versi come un “lavoro sociale”, di “assistenza”. Molti pensano ancora che sia svolto solo (o quasi) da udenti figli di sordi che hanno appreso la lingua in famiglia e sanno come “accompagnare” altri sordi. Vista in questi termini, non pare una vera professione, con precisi standard di qualità e deontologia, che invece si sta lavorando per stabilire e difendere.

Forse grazie alla formazione e all’esperienza in interpretariato di lingue vocali, e non essendo figlia di sordi, io ho sempre visto invece più che altro le somiglianze tra i due tipi di professione.

Ci sono aspetti che accomunano il lavoro come interprete di lingue vocali e l’interprete di LIS?

Con la LIS mi capita di lavorare in contesti molto più variegati rispetto alla professione dell’interprete professionista di lingua inglese: dalle assemblee condominiali o sindacali alle visite mediche, dai colloqui di lavoro alle riunioni genitori-insegnanti a scuola. E in molti di questi contesti, dove si lavora a stretto contatto con un cliente, si crea un legame forse più forte e diretto, anche solo perché il cliente ti guarda e tu guardi lui per tutta la durata del servizio, non è possibile distogliere lo sguardo, altrimenti si interrompe la comunicazione.

Ma l’etica, la deontologia professionale, lo sforzo per garantire la qualità del servizio sono gli stessi degli interpreti vocali. In tal senso lavorano in ambito nazionale le due associazioni italiane, Anios e Animu; nel contesto europeo c’è lo European Forum of Sign Language Interpreters, e in sede internazionale la World Association of Sign Language Interpreters. Chiaramente in altri paesi dell’Europa e del mondo la situazione professionale, anche dal punto di vista legislativo, è diversa rispetto all’Italia, talvolta più chiara e meglio definita. 

E parlando di Europa e di mondo, forse non tutti sanno che la lingua dei segni non è universale, ma ne esistono diverse…

No, infatti, non tutti lo sanno. Anzi, è in assoluto la domanda più frequente da parte di chi viene in contatto con la lingua dei segni o con una persona sorda per la prima volta. Io stessa me la sono posta, a suo tempo. Non so da dove nasca, forse c’è di base un pensiero, un desiderio di semplicità, nel senso che sarebbe bello che ci fosse un’unica lingua che accomuna tutti, per cui se ne impara una e si può comunicare in tutto il mondo. Purtroppo – o per fortuna? – non è così: le lingue dei segni, come le lingue vocali, nascono per soddisfare il bisogno comunicativo di una determinata comunità, che quindi sviluppa la propria lingua. Ciò ha portato, nel tempo, alla nascita di lingue dei segni nazionali nei vari stati, ma non solo. Per esempio, data anche la nostra peculiare storia nazionale, in Italia abbiamo diverse varietà regionali e anche comunali (un po’ come i dialetti e gli accenti dell’italiano), a volte con differenze notevoli. Questo perché la lingua dei segni si utilizzava soprattutto negli istituti per sordi, che erano convitti e diventavano per la comunità segnante un luogo di forte aggregazione e di sviluppo linguistico. Lì i segni tipici locali sono stati mantenuti e tramandati da una generazione all’altra.

Ora è diverso perché gli istituti non esistono più e forse è più difficile mantenere vive le varietà locali, ma le persone sorde sono molto affezionate ai propri segni e si sforzano per non perderli. E meno male, perché si tratta di un patrimonio linguistico che sarebbe veramente un peccato perdere.

In realtà, però, le persone sorde sono in grado di comunicare bene anche se non condividono la stessa lingua. Se due udenti, diciamo un italiano e un giapponese, che non conoscono le rispettive lingue non riescono a comunicare quasi per niente, due sordi non hanno la stessa difficoltà! Certo non disquisiranno di filosofia, però hanno un margine di comunicazione molto più ampio rispetto agli udenti e questo grazie alla natura visiva della lingua. Per esempio, pur con tutte le varianti possibili, in tutte le lingue il verbo vedere sarà comunque segnato vicino agli occhi, il verbo parlare vicino alla bocca, ma diverso dal verbo mangiare, ecc.

Quindi in un certo senso la LIS non conosce veramente frontiere?

Le differenze ci sono eccome. Ma vi faccio un esempio: ho sempre pensato che se avessi incontrato io un sordo giapponese, probabilmente non sarei stata in grado di comprenderlo per niente. Invece proprio recentemente ho avuto prova del contrario. Ho infatti avuto l’opportunità di partecipare al Clin d’Oeil a Reims a inizio luglio: è un festival internazionale di arte e cultura sorda in lingua(e) dei segni. C’erano sordi letteralmente da tutto il mondo, dall’India all’Australia alla Colombia e, anche se non di filosofia, sono riuscita a comunicare anche io, quindi è possibile! 

*Il termine “sordo” (o “persona sorda”), ci racconta Ilaria, è da preferire ad altri quali, ad esempio, “sordomuto”, “audioleso” e “non udente”. L’utilizzo del termine “sordo” è anche disciplinato dalla Legge 95/2006.

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